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Trilogia di un viaggiatore

 

Trilogia di un viaggiatore

 

Juri Dal Dan Trio
Trilogia di un viaggiatore

1. Dosti riscopre la luna
2. Going to Portugal
3. Viaggiando con te a notte fonda
4. Tornando a casa
5. Dosti Blues

Juri Dal Dan-piano
Piero Cescut-bass
Alessandro Mansutti-batteria

Federico Missio-sax track 3
Ermes Ghirardini-batteria track 3

Nuovo disco dello Juri Dal Dan Trio pubblicato per artesuono. "La luna era appena spuntata come un’enorme ruota di pietra calcarea, ed era leggera come fosse stata riempita d’aria. Sembrava staccarsi da tutto e da tutti. Chissà quante persone la stavano guardando in questo momento, e quante, come me, la stavano scoprendo”. Con queste parole - tratte dal libretto allegato al cd - si chiudono i diari di viaggio di Dosti Kudret, protagonista semi-inventato, e in parte autobiografico, di una serie di racconti che ispirano e integrano la Trilogia di un Viaggiatore, opera in tre parti realizzata dal pianista pordenonese Juri Dal Dan, al suo primo disco Artesuono. Dosti, prima di essere il fulcro intorno al quale ruotano i tre momenti musicali centrali del disco (preceduti da un’introduzione e seguiti da un blues finale), è un nome, un suono su un campanello di casa. Un personaggio reale prima di tutto, amico immaginario all’inizio, poi addirittura “fratello mai avuto”, come lo definisce Dal Dan stesso. “Quando sono venuto a vivere a Pordenone - continua -, sulla targhetta del campanello di casa ho trovato il nome di questo Kudret. E’ capitato persino che mi scambiassero per lui. E’ stata l’occasione buona affinché la mia fantasia decidesse che Dosti poteva essere un personaggio vuoto da riempire. Era un alter ego perfetto per rappresentarmi in situazioni fittizie, partendo da episodi di vita vissuta. Verso un qualunque viaggio”. Si potrebbe dire che nel jazz, la tematica del viaggio sia alla base di tutto. Viaggio come diaspora del popolo africano in schiavitù, verso l’America, viaggio dalla campagna alle “big cities”, quando il blues e altro ancora diventavano jazz urbano, viaggio come momento compositivo ideale per uno come Duke Ellington che, accompagnato perennemente dal fido Harry Carney - autista nonché sax baritono -, scrisse sul sedile posteriore della vettura pagine preziosissime della musica di tutti i tempi. “Nel periodo in cui ho cominciato a scrivere la Trilogia, ero appena uscito dall’ospedale per una malattia seria. Ero molto provato fisicamente, e l’ascolto di Ellington - uno sempre in viaggio, che con le sue composizioni ti faceva rivivere i posti in cui era stato - accentuava quella voglia di viaggiare che ti viene quando sei costretto a letto. Sentivo anche la necessità di dare sfogo a molte tensioni interiori. Dovevo scavare in profondità, dentro me stesso. E il viaggio era il mezzo giusto”. Un alter ego quasi reale, che compie un viaggio parzialmente autobiografico dunque, come pretesto per scendere nell’io più profondo: questa è Trilogia di un Viaggiatore. Quella che ritroviamo accanto al piano di Juri Dal Dan, nel disco si conferma una vera e propria famiglia musicale. Prima di tutto, c’è un trio rodato e longevo, costituitosi nel 2002, il cui organico è variato nel tempo, fino alla formazione attuale, che vede Piero Cescut al basso elettrico e - da quasi due anni - Alessandro Mansutti alla batteria. Ospiti speciali, per grande affetto e stima artistica reciproca, il sassofonista Federico Missio - copilota di Dal Dan in un prezioso progetto che musica il cinema muto - e il batterista/percussionista Ermes M. Ghirardini. “Per quanto mi riguarda - dice Juri -, lavorare con le stesse persone, crescendo insieme fa la differenza. Una ritmica che nasce insieme, ha tempo di affiatarsi e creare un bell’interplay. Gian Piero (Cescut) è per me un fratello musicale. Dal ’96 con lui faccio coppia fissa. Con me ha attraversato tante fasi, dal funky puro alla trasformazione più recente (non evoluzione, badate bene). Alessandro (Mansutti) è un talento, una persona squisita e ha le qualità di un “grande”. E’ flessibile e capisce subito cosa deve fare raggiungere il risultato”. Il flusso musicale del cd (che conviene accompagnare con la lettura dei racconti abbinati, scritti dal pianista stesso), comincia con la fine della storia. Dosti riscopre la luna - la cui spiegazione del titolo è riportata nel nostro incipit - scorre con accordi cosiddetti aperti e un tema largo, che dipingono il momento in cui Kudret/Dal Dan - personaggio semplice e visionario - riscopre la propria complessità e il senso di appartenenza al mondo, alla natura di un paesaggio lunare in una notte d’estate. Il primo brano della suite, Going to Portugal, rappresenta invece la scintilla che ha fatto nascere tutta la Trilogia. E’ un 3/4 sereno, solare, sudamericano, che esprime la partenza da casa, l’inizio del viaggio, l’evasione in cerca di nuovi stati d’animo. E il tema “respira”, e ti porta con lirismo ed euforia alla “meta”, in questo caso il Portogallo. Dosti fa un lavoro snervante e poco appagante. Il viaggio dovrebbe servirgli per alleviare la condizione di cui è prigioniero. Ma accade un forte litigio con la compagna. La situazione è ben descritta nella prima parte di Viaggiando con Te a Notte Fonda, in cui monta una nervosa improvvisazione libera, come un feroce scambio di battute. Dopo la tempesta però, arriva la quiete. Nella seconda parte, il clima diviene notturno, ricco di pace estrema, ritrovata dopo la sofferenza, e dipinge il riappacificamento tra Dosti e la compagna. Non c’è niente che possa descrivere a parole l’energia positiva che si riscopre dopo un viaggio ricco di situazioni emotivamente difficili. In Tornando a Casa, Juri Dal Dan racconta in musica come Dosti abbia scoperto qualcosa in più di sé stesso, i propri limiti. E racconta di come ora sia in grado di accettarli, insieme ai propri fallimenti. E’ il primo step per migliorarsi. Ai suoi occhi, lasciate dunque le tensioni interiori, tutto prende una luce diversa. L’energia di questa traccia è forte, e il ritmo latino usato nella composizione del brano rappresenta l’entusiasmo per aver compreso un importante aspetto di sé stessi. E così il viaggio, catartico, si conclude. “Titoli di coda”, come dice Dal Dan, con un sottofondo liberatorio. Non c’è niente di meglio che un buon blues per riemergere dai travagli interiori. Dosti Blues però non è il classico blues che ci si potrebbe aspettare. E’ prima di tutto un mantra, un qualcosa che gira su sé stesso, e cresce, lasciando in sottofondo, una vena di malinconia positiva.

Luca di Varmo